17. che bel numero

…personalmente il numero 17 mi ha sempre portato bene. Compiti in classe, esami dati il 17 di qualunque mese mi hanno sempre regalato bei voti.

Non è un post sul numero 17. È solo che non so che titolo dargli.

L’intento iniziale di questo blog era raccogliere pensieri estemporanei, come scritto nella pagina delle informazioni – orientamento alla lettura, se non ricordo male.
Non mi spiego perché pur avendo scritto un disclaimer (anche se con un titolo diverso) la pigrizia, o la voglia di dare le cose per scontate della gente ha avuto il sopravvento,e chi ha letto quanto è stato scritto qua finora ha decontestualizzato tutto sentendosi attaccato. Quindi temo sia giunto il momento di svelarvi un segreto.

Molte delle cose che scrivo partono da una riflessione puramente autocritica. Perciò se vi sentite colpiti o offesi è perché siete più simili a me di quanto non abbiate mai pensato. Sappiate però che io non mi offendo.

Io scolpisco attraverso queste riflessioni la mia persona, quella che sono, quella che vorrei e/o non vorrei essere e quella che sarò. Alla fine un po’ di egoismo c’è in tutti noi, o sbaglio?

Pensate solo una cosa: prima o poi tutti scompariremo da questo Posto che ci ospita. Quindi che senso ha offenderci, insultarci, cercare di fare le vittime ad ogni occasione buona?

Qui parlo io, se le mie parole non vi piacciono siete liberi di commentare, di farmi notare se vi offende qualcosa, se condividete un pensiero, se pensate che sia incompleto. Mi piace il dialogo, mi piace il dibattito. Mi piace crescere.

Magari questo 17 non è proprio uscito bene. Ma volevo giusto parlarvi, poi magari riprenderò a scrivere in modo corretto.

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in meta, riflessioni del momento

Protetto: 16. tu chiamale se vuoi…

Il contenuto è protetto da password. Per visualizzarlo inserisci di seguito la password:

Inserisci la tua password per visualizzare i commenti.

Archiviato in niente di particolare, parti di una mente distorta

15. italiani che non siete altro

Italiani che non siamo (siete) altro, continuiamo (continuate) a dare ascolto a vecchi pazzi.
Quello che rincorre adolescenti e poi dice che sono nipoti di Mubarak, ma visto che il sesso è un argomento controverso e divertente continuate a votarlo perché nei vostri cuori quel vecchio pazzo (perché di un vecchio pazzo si tratta) è diventato una macchietta. Quell’altro che candida un signor signore alla presidenza della repubblica e poco dopo lo insulta; critica il vecchio modo di far politica e poi si comporta da massone, con riunioni segrete ed espulsione a pagaiate dei membri del movimento (perché non si chiama partito, non vuole avere niente a che fare con la politica, lui…eh!).
Ed è divertente da un lato osservare tutto questo, perché ci si rende conto che in realtà non avete bisogno di qualcuno che svolga quel lavoro in modo onesto e limpido, ma avete bisogno di capi da seguire, di punti di riferimento. Avete bisogno di una squadra per cui fare il tifo, una squadra che si identifica nel suo capitano. Perché non vi identificate nemmeno in voi stessi.

Lascia un commento

Archiviato in niente di particolare, riflessioni del momento

Protetto: 14. cercare

Il contenuto è protetto da password. Per visualizzarlo inserisci di seguito la password:

Inserisci la tua password per visualizzare i commenti.

Archiviato in parti di una mente distorta, riflessioni del momento

13. il problema

Il vero problema è che si buttano via le persone come se si trattasse di un cappotto vecchio, anzi, spesso prima di buttare il cappotto vecchio si pensa se sia proprio il caso. Subito pronti ad additare nel caso di una mancanza di rispetto, pronti a pretendere quel rispetto e quella comprensione, ma mai a darne. Sempre nascosti dietro la tipica frase “io sono fatto così”, ma mai a riflettere veramente su quella che recita “non è mai troppo tardi per cambiare”. Chi si ferma è perduto; chi si fossilizza su un modo di essere, idem. Non è questione di ipocrisia o di incoerenza, è che il vittimismo del cazzo che si trova ovunque mi ha rotto i coglioni – che non ho(qualche sana parolaccia ci sta sempre, visto che vengono sempre recepite prima quelle della logica e del ragionamento).

you worn me out like an old winter coat, trying to be safe from the cold

Lascia un commento

Archiviato in niente di particolare, parti di una mente distorta, riflessioni del momento

12. da “City” di Alessandro Baricco

Lui pensava, davvero, che gli uomini stanno sulla veranda della propria vita (esuli quindi da sé stessi) e che questo è l’unico modo possibile, per loro, di difendere la propria vita dal mondo, giacché se solo si azzardassero a rientrare in casa (e ad essere sé stessi, dunque) immediatamente quella casa regredirebbe a fragile rifugio nel mare del nulla, destinata ad essere spazzata via dall’ondata dell’Aperto, e il rifugio si tramuterebbe in trappola mortale, ragione per cui la gente si affretta a riuscire sulla veranda (e dunque da sé stessa), riprendendo posizione là dove solo le è dato di arrestare l’invasione del mondo, salvando quanto meno l’idea di una propria casa, pur nella rassegnazione di sapere, quella casa, inabitabile.
[…]
[C]’era qualcosa di infinitamente dignitoso in quell’indugiare eterno davanti alla soglia di casa, un passo prima di sé stessi
le notti in cui si alza il vento feroce della verità, la mattina dopo sei costretto a riparare la tettoia delle tue menzogne, con pazienza inossidabile […] o quando qualcuno, sfinito, ti chiedeva di sederti davanti a lui e ti apriva la sua mente, tirando fuori tutto, davvero tutto, e perfino lì quello che capivi è che eravate seduti sulla sua veranda, ma in casa non ti aveva fatto entrare, in casa non ci entrava da anni, ormai, e questa era la paradossale ragione per cui era sfinito, lui, lì, davanti a te
quelle sere in cui l’aria è fredda e il mondo sembra essersi assentato, d’improvviso ti senti comico, lì, sulla veranda, a fare la guardia contro nessun nemico, ed è una stanchezza che ti morde, l’umiliazione di sentirti così inutilmente ridicolo, alla fine ti alzi e rientri a casa, dopo anni di menzogne, di simulazioni, rientri a casa sapendo che magari nemmeno ti riuscirà di orientarti, là dentro, come se fosse la casa di un altro e invece era la tua, lo è ancora, apri la porta ed entri, curiosa felicità che non ricordavi, casa tua, dio che meraviglia, che grembo, questo tepore, la pace, me stesso, alla fine, non uscirò mai più da qui, poso il fucile nell’angolo e imparo di nuovo la forma degli oggetti e le figure dello spazio, mi riabituo alla geografia dimenticata della verità, imparerò a muovermi senza rompere niente, quando qualcuno busserà alla porta la aprirò, quando sarà estate spalancherò le finestre, sarò in questa casa fino a quando sarò, MA
MA se tu aspetti, e da fuori guardi quella casa, potrà passare un’ora o una giornata intera, MA alla fine tu vedrai la porta aprirsi, senza sapere né poter capire, mai, cosa può essere successo là dentro, vedrai la porta aprirsi e lentamente quell’uomo, uscire, invisibilmente spinto fuori da qualcosa che non potrai mai sapere, MA certo deve avere a che fare con qualche vertiginosa paura, o incapacità, o condanna, tanto spietata da spingere quell’uomo fuori, sulla sua veranda, il fucile in mano, io adoro
io adoro quell’istante – diceva – l’istante preciso in cui lui ancora fa un passo, con il fucile in mano, guarda il mondo davanti, sente l’aria pungente addosso, si alza il bavero della giacca, e poi – meraviglia – torna a sedersi sulla sua sedia e appoggiando la schiena la rimette in movimento, dondolio mite che si era addormentato, rassicurante rollio della menzogna, adesso culla la serenità di nuovo ritrovata, la pace dei vili, l’unica che ci aspetti, passa la gente e saluta […]
[S]e ci pensi, pensa le case vuote, a centinaia, dietro la facciata della gente, alle spalle di ogni veranda, migliaia di case perfettamente in ordine, e vuote, pensa l’aria, lì dentro, i colori, gli oggetti, la luce che cambia, tutto che accade per nessuno, luoghi orfani, loro che sarebbero I LUOGHI, gli unici veri, ma quella curiosa urbanistica del destino li ha immaginati come tarlature del mondo, incavi abbandonati sotto la superficie della coscienza, se ci pensi, che mistero, che ne è di loro, dei luoghi veri, del mio luogo vero, dove sono finito IO mentre ero qui a difendermi, non ti succede mai di chiedertelo?, chissà come sto, IO?, mentre sei lì a dondolare, a riparare pezzi di tetto, a lucidare il tuo fucile, a salutare quelli che passano, di colpo, ti viene in mente quella domanda, chissà come sto, IO?, vorrei sapere solo questo, come sto, IO? Qualcuno sa se sono buono, o vecchio, qualcuno sa se sono VIVO?

Lascia un commento

Archiviato in citazioni, riflessioni del momento

11. da “Seta” di Alessandro Baricco

Gli fece male sentire, alla fine, Hervé Joncour dire piano

– Non ho mai sentito nemmeno la sua voce.

E dopo un po’:

– È uno strano dolore.

Piano

– Morire di nostalgia per qualcosa che non vivrai mai.

Lascia un commento

Archiviato in citazioni, niente di particolare, riflessioni del momento